mercoledì 16 dicembre 2015

Rifugio Porta Franca 25-26/7/2015





Il ritrovo era per le 12, visto che Luca (il pacifico) essendo sabato, voleva dormire un po'. Io e Simone siamo partiti da Valpromaro di buon ora anche per recuperare la cartina del parco “Corno alle Scale” da acquistare presso il centro turistico del comune di Lizzano in Belvedere, luogo di ritrovo con i rifugiati provenienti dal Veneto.
Per questa prima trasferta fuori porta abbiamo scelto il Parco del Corno alle Scale, nel bel mezzo dell’appennino tosco-emilano, situato più o meno a metà tra la nuova residenza della guida (io) ed il resto dei rifugiati.


Ci sono due nuovi elementi  nel gruppo, Simone(detto Simoncino), mio nuovo vicino di casa e Gianni, amico storico di Claudio (il saggio). Come detto io e Simone ci dovevamo incontrare con la comitiva dal Veneto a Lizzano in Belvedere, provincia di Bologna, per poi recarci al Rifugio Segavecchia, luogo di partenza per la nostra meta, il rifugio Porta Franca.
La giornata, climaticamente parlando, si mette male ed appena arrivati a Lizzano contro ogni previsione meteo inizia a piovere. Acquistiamo in extremis (l’ufficio stava chiudendo) la cartina e ci rifugiamo nel bar della piazzetta per aspettare gli altri, ingannando il tempo con un aperitivo.
Gli altri:Claudio, Luca, Gianni,e il bentornato Loris arriveranno con un po’ di ritardo, anche loro meravigliati per la pioggia. Decidiamo quindi di prendere un altro aperitivo con la speranza  che smetta ma soprattutto per festeggiare la bella reunion in quella terra mai calpestata prima.
Finalmente smette di piovere e dopo aver studiato la mappa ed il percorso che avremo compiuto prendiamo i furgoni e ci rechiamo al parcheggio del Segavecchia. Lì decidiamo di mangiare i nostri panini prima di iniziare a salire e dopo aver bevuto il caffè nel bar del bel rifugio.




Partiamo alle 14 e 30 circa  dalla strada (sbarrata) che prosegue oltre il Segavecchia per prendere poco dopo sulla destra il sentiero 121 ,che entra in un bel faggeto. La salita è graduale ma costante, i novizi Simoncino e Gianni hanno il passo lungo ed assieme a Loris guadagnano metri nei confronti dei fratelli “cicare”:Claudio,Luca,Michele per via del lungo tempo senza vedersi si fermano spesso a chiacchierare.



Il cielo ora è bello, con poche nuvole, ce ne accorgiamo dopo un’ora e trenta di cammino, una volta usciti dalla faggeta, anche il panorama ne guadagna, si vedono alcuni paesini di valle ed il “Corno alle scale” con i suoi 1944 metri.



La vista è superlativa. Questi luoghi assomigliano alle prealpi Venete, le cime dei monti sono ondeggianti e prive di picchi rocciosi, aspri e ripidi, come quelli invece delle alpi Apuane o ancor di più delle Dolomiti.
Lungo il sentiero ci sono miriadi di piante di mirtillo ed alcune bacche sono davvero gustose, la salita ora è ancora più dolce, raggiungiamo il passo del Cancellino (1632).



Qui il clima è diverso, fa fresco e dopo il cambio di maglia c'è chi estrae dal guardaroba personale un maglione chi un giubbetto. Continuiamo per lo stesso sentiero fino a raggiungere la fonte dell’uccelliera, ora oltre al fresco arriva anche la nebbia che a folate ci proietta direttamente a novembre, togliendoci momentaneamente la voglia di deviare per l’alta via (sentiero 00) e quindi raggiungere la cima del monte Gennaio (1810).
Momentaneamente perché, una volta appurato che il Porta Franca era davvero vicino, decidiamo di inoltrarci nella nebbia ed allungare il percorso prima raggiungendo il Gennaio poi deviando verso il rifugio Porta Franca tramite lo stesso sentiero 00, generosamente giudicato un EE, nel frattempo è tornato il sole.



Arriviamo al rifugio verso le 17 e 30, diamo un’occhiata al bivacco sempre aperto per decidere se dormire li o dentro il rifugio.
La decisione, a parte un breve tentativo pro bivacco da parte del saggio, è rapida ed unanime,vista la fatiscenza della struttura (da noi ribattezzato "rifugio antiatomico") decidiamo di dormire in rifugio, senza neanche aver visto prima le camere.


L’investimento di  40 euro cadauno risulterà azzeccato, questa la cifra pagata per il pernottamento ed una cena iniziata, dopo un insostenibile  attacco generalizzato di appetito, come antipasto alle 18 a base di affettati, formaggi e vino, per poi passare direttamente alla cena appunto con primi e secondi a base di anitra, vino, dolci, caffè, grappa e birretta della buona notte.


Il rifugio è ben tenuto dai gentili volontari della sezione CAI di Pistoia, le camerate sono spaziose e pulite, con tanti posti letto sopratutto a castello.

Alla base della nostra scelta di appoggiarci ad un rifugio gestito c’era la non scelta, nel senso che qui nell’appennino non avevamo trovato nessun bivacco (bello, ma sopratutto libero) dove consumare la nostra notte da “rifugiati”procacciandoci la legna per riscaldarci e cucinare, ed illuminandoci con la luce delle candele, e a dire il vero all’inizio non eravamo molto entusiasti di questa scelta forzata.
Poi ci siamo ricordati che a volte è bello trovare tutto pronto senza dover dannare l’acqua che non bolle per il fuoco che non decolla, o rimanere affumicati per il tiraggio scarso di un camino, ancora meglio dormire in un letto senza sentire le sgommate del materassino, sempre se non si è sgonfiato prima.Tutto bello e apprezzabile, basta che però non diventi un vizio!))


Alla mattina seguente dopo esserci rimpinzati con la colazione (sempre compresa nei 40 euro) ed aver salutato gli amici del  CAI di Pistoia partiamo per chiudere l’anello e riportarci ai furgoni, dopo aver percorso il sentiero 111-IT2 che parte dal rifugio ci ritroviamo a dover scegliere se svoltare in salita verso destra e passare per il “passo della donna morta” e l’omonimo rifugio o proseguire per lo stesso sentiero IT2 detto “sentiero dei rapaci”. Decidiamo di proseguire, un po’ per il nome accattivante del sentiero un po’ per il fatto che questo non riprende quota. La scelta risulterà deludente, il sentiero non è altro che una strada forestale, neanche tanto bella.


Una volta ai furgoni propongo agli altri quello che avevo pensato sin dalla partenza, ossia fare il bagno nel ruscello lì vicino. I temerari Gianni, Simone e Luca hanno raccolto l’invito delle gelide acque, ne è seguito il solito pranzo di addio-arrivederci per coronare un’altro fantastico  fine settimana passato in compagnia tra le nostre amate montagna.

                                                    foto di gruppo con i bravi volontari "CAI"


Alla prossima rifugiati!






giovedì 6 novembre 2014

Bivacco Col Mandro 4-5 10/2014





La partenza da Vare (frazione di Avoscan)  verso il bivacco col Mandro vedeva oltre al sottoscritto (la guida) al “presidente”(Cristian), il “saggio”(Claudio), il “portaborse”(Claudio anche lui),  finalmente, dopo molte assenze il gradito ritorno del “folletto”(Michele,come la guida)più in forma che mai, almeno nella determinazione.
Al momento della suddivisione dei carichi il folletto tira fuori una bottiglia sigillata di rosso, tutti noi vista l’ormai veneranda esperienza in rifugiate lo mettiamo in guardia che il vetro  pesa ed il vuoto si deve riportare a valle, infatti la rifugiata al Loff(non recensita) in cui c’era anche lui fu la prima ed ultima con vino su vetro, da allora solo plastica, pesa poco e da vuota una volta pressata occupa poco spazio al ritorno.
Ma lui dopo un attimo di riflessione…”dai ea porto mi, no xe ea botiglia che pesa” detto  fatto, il dolce prodotto scompariva all’interno del suo zaino che man mano diventava sempre più grande e pesante da quante cose ci infilava.


Finalmente lasciamo lo spiazzo dove abbiamo parcheggiato  la macchina del saggio verso le 14, e ci indirizziamo verso la partenza dell’escursione, una bella stradina sassosa li vicina.
L’inizio è subito in salita, e dopo pochi minuti siamo già in discreta quota, i cartelli da seguire per il bivacco sembrano essere quelli con scritto: ”col Mandro” l’omonimo monte,per questo andiamo a colpo sicuro. Dopo un po’ troviamo una deviazione per il bosco dove incontriamo dei taglialegna che durante il nostro transito distraiamo con qualche chiacchiera, proseguiamo e ci ricongiungiamo alla stradina.


Fin li tutto semplice, la via è ben percorribile. Ad un certo punto da una delle tante curve vediamo un sentiero ben marcato staccarsi ed inoltrarsi nel bosco, verso destra, non vediamo nessuna indicazione verso quella direzione e vista la precedente esperienza al “Dodese” non ci fidiamo a lasciare il sentiero principale, allora proseguiamo diritti.
Dopo una 30ina di minuti però la stradina svanisce  diventando un sentiero stretto, ed inizia a scendere, un breve conciliabolo e ci fidiamo del simbolo Cai(il simbolo biancorosso))che vediamo in un albero ed iniziamo la discesa, senza troppa convinzione però.
Il tempo di percorrere poche  decine di metri  ed aver recuperato il mio sacco a pelo rotolato verso valle per qualche metro(per fortuna si è fermato su di un ramo) che cambiamo idea e risaliamo il sentiero per riprendere la stradina, altro breve conciliabolo e decidiamo di tornare indietro e provare la deviazione che avevamo visto in precedenza, ignorando un’altro sentiero che partiva da li in salita, poco segnato, secondo la nostra mappa ci sembrava portare fuori zona.
Neanche a dirlo ma questo imprevisto ci fa perdere molto più di un’ora, vabbè l’importante è prendere il sentiero giusto, una volta arrivati alla deviazione, vista la mancanza di segnali il dubbio ritorna:ma sarà quello giusto?
Ormai siamo li e decidiamo di provare, secondo le indicazioni che avevo estrapolato da internet c’erano due vie per arrivare al col Mandro(1844 m), una era la nostra, da Vare (830 m)  tramite la stradina appunto, l’altra più lunga ma meno ripida da Colàz (1031 m) un paesino vicino Cencenighe, tramite il sentiero  567.
Ad un certo punto però le due vie si congiungevano  e vista la mappa quel punto era sopra la nostra testa, chissà quanto più in alto però.


 Il sentiero è molto più piacevole della stradina ma dopo un po’ si inasprisce, in salita, nel bel mezzo del bosco, e per salire siamo obbligati a zigzagare per non caricare troppo le gambe, per fortuna la mancanza di cartelli viene compensata dai numerosi simboli Cai sugli alberi il che ci fa proseguire fiduciosi, il bosco è talmente ripido e rado che penso quanto bello deve essere d’inverno salire con le ciaspole, dormire nel bivacco per poi il giorno dopo scendere con lo snowboard, penso.. ”massa acciacchi, sarà paea prossima vita!”

Dopo un bel po’ arriviamo al primo punto panoramico, speravo si trattasse di “cima belvedere”, da li sapevo che il bivacco era ad un’ora e mezza, ma purtroppo per noi non lo era.
Nella salita  il presidente ed il folletto erano rimasti notevolmente indietro cosi ne approfittiamo per scattare qualche  foto, e rinfrescarci con il cambio di maglia imbevuta delle fatiche per la salita, il lago di Alleghe è già ben visibile sotto i nostri piedi.
Al loro arrivo il folletto getta lo zaino per terra in segno di protesta assieme a qualche prima lamentela-imprecazione, man mano ne seguiranno altre.
Per curiosità raccolgo il suo enorme zaino, avrà pesato il doppio del mio, lamentele comprensibili.
Il sentiero proseguiva a destra  tanto per cambiare in bella salita, finalmente accompagnato da un cartello con su scritto ”bivacco col Mandro” a sinistra in discesa verso chissà dove, forse si congiunge con quello che avevamo scartato qualche ora prima.
Riprendiamo la marcia, adesso la stanchezza sulle gambe si fa un po’ sentire, riceviamo un messaggio dal “pacifico” (Luca) ed il “poeta romantico”(Loris) che sono in trasferta a Monaco per una scampagnata all’Oktoberfest, tutto bene, stanno bevendo birra e puntando qualche pollastrella, ci fa piacere ma quello che noi vorremmo in questo istante  è che il sentiero diventasse un po’ più dolce, invece no, sempre su.
Finalmente raggiungiamo uno dei tre punti intermedi fissati da noi come riferimento, il congiungimento con il sentiero che sale da Colàz.
Siamo a buon punto fra un po’ raggiungeremo il col belvedere e dopo sarà una passeggiata arrivare al bivacco.
Effettivamente la distanza dal belvedere non è abissale ma siamo sempre più lenti e comunque per niente ansiosi di arrivare, del resto la meta è un luogo che va conquistato lentamente,assaporando tutto quello che durante il cammino si incontra , ci capita, per questo arriviamo al secondo punto intermedio dopo un’ora circa,esattamente alle 17 e 45.



Ci sbarazziamo degli zaini e ci godiamo il meraviglioso panorama, il salto è notevole, si vede anche il punto in cui abbiamo lasciato l’auto, dev’essere una favola buttarsi giù con un mezzo che ti permetta di volare, un parapendio, un deltaplano, penso…”massa video vardo!”
Mentre ci rilassiamo sorseggiando una meritata  sana“ombra”alla nostra destra sbuca scendendo leggiadramente dal bosco, quasi saltellando un escursionista francese che alla nostra prima originalissima domanda venutaci in mente ci risponde che il bivacco è ad un’ora circa da li ed è libero.
Dopo aver percorso un altro bel tratto di bosco arriviamo al terzo ed ultimo punto intermedio, la ferrata.

In realtà niente di impegnativo: tre scalini di acciaio ben piantati sulla roccia verticale accompagnati da un cordino di metallo per agevolarne la salita, roba da poco si, ma essenziale per poter superare il leggero dislivello, grazie alpini.
Una volta sopra io ed il portaborse decidiamo di fermarci per godere della reazione  del resto del gruppo alla vista dell’insolito passaggio, il saggio ed il presidente hanno risposto con una risata, ovviamente la reazione più folcloristica è arrivata dal folletto che aveva già manifestato più volte un certo malcontento per la fin qui faticosa escursione, infatti in maniera plateale getta lo zaino e sedendosi in una roccia esclama:”no fasso più ste robe”.
In realtà poco dopo, appena vista la bellezza del posto e del bivacco dirà tutto l’opposto, un grande.
Finalmente dopo un’altra mezzora abbondante arriviamo alla meta, alle 19 e 30 circa, dopo 5 ore e 30 di mera salita.


Queste cifre non sono da prendere come puro riferimento, in realta con un buon allenamento,leggeri, e senza troppe soste credo ci si possano mettere due-tre ore in meno.
Ma noi siamo rifugiati,ce la prendiamo comoda e facciamo di un bivacco la nostra casa per una notte, portandoci al seguito tutto quello che occorre per consumare una buona cena e fare bisboccia, dalla A alla Z, si anche il dolce, lo zaino del francese era cinque volte più piccolo del nostro, dieci più di quello del folletto ))

 lago di Alleghe
                                                                                   la signora "civetta"
Torniamo a noi, il bivacco è bellissimo, ricostruito negli anni 50 dopo i danni causati da un’enorme slavina, sembra una casetta della Rubner, adagiato sotto una pendice rocciosa e con davanti una vista incredibile, il lago di Alleghe sempre in bella mostra e un sacco di vette ben visibili tutte davanti a noi, il Civetta poco più in la sembra fare da custode a questo posto incantevole.


Entriamo e troviamo tutto l’occorrente: stufa a legna, tavolo con panche e pentole, acqua su taniche, evvivaaa!! alzando gli occhi però vediamo un cartello poco simpatico che più o meno diceva così:”non accendere la stufa, camino guasto”neanche il tempo di allarmarci che il saggio aveva già risolto il problema.
Il coperchio del camino non c’era perché rotto, allora gli autori del cartello avevano tappato il buco con un pezzo di nailon, perché non piovesse dentro.
Visto il tempo buono previsto decidiamo di togliere, solo per la sera, l’improvvisata copertura potendo usufruire del fuoco,per cucinare la pasta e scaldarci.
Infatti essendo ottobre, appena sceso il sole la temperatura andò vertiginosamente ben sotto i dieci gradi.

Mentre aspettiamo che l’acqua bolla andiamo ad ispezionare il reparto notte, quattro letti a castello per un totale di otto posti letto, materassi e coperte, sinceramente un po’ sporco e con qualche cacchetta di topo. Scelto e preparato il proprio letto per la notte possiamo concentrarci sul resto:
taglio della legna, preparazione della tavola e del cibo, insomma…i soliti compiti da rifugiati.

Il menù  è quello fisso: spaghetti aglio olio e peperoncino, soppressa fresca, giardiniera, insalata, pane e vino a volontà, dolce caffè e grappa, alle 22 circa finiamo di mangiare.



Dopo molte chiacchiere iniziamo a giocare a carte e tra un grappino e l’altro si è fatta presto l’ora di andare a nanna, il programma per il giorno successivo era fare un giro escursionistico in zona, farci una pasta e tornare a valle.
Dico era perché avendo cercato invano buona parte del mattino seguente la sorgente che avevo letto esserci li vicino( eppure due escursionisti passati di li ci avevano assicurato che c’era), abbiamo dovuto rinunciare alla pasta, e purtroppo anche a riempire le taniche d’acqua usate.
Pure il giro è saltato, visto che avevamo deciso di non scendere in pianura troppo tardi, e comunque eravamo già appagati dalla bella e lunga salita del giorno prima.




Allora alle 12 ci mettiamo in marcia per la via del ritorno, non prima di aver pulito il bivacco, ritappato col nailon il camino e contemplato per l’ultima volta quel meraviglioso panorama.
Comunque il ritorno non sarebbe stata una passeggiata, infatti la fatica in discesa è si minore però a patire sono le ginocchia(almeno le mie) , ma con l’aiuto dei bastoni prestatimi dal portaborse me la sono cavata bene, in poco tempo abbiamo raggiunto cima belvedere dove abbiamo pranzato con tutto ciò che non non avevamo spazzolato il giorno prima, un altro paio d’ore ed il rientro era completato, sigh’.

                                                          Alla prossima rifugiatiiii!





giovedì 28 agosto 2014

Malga Pozze 9-10/8/2014


Alle 22 e 15 stavamo ancora camminando per raggiungere malga Pozze, sfruttando le ultime energie rimaste e la luce offertaci dalla luna piena che aveva ormai reso superfluo l’utilizzo delle pile. Questa volta la rifugiata è stata  ……troppa fretta iniziamo dal principio!

Prendendo spunto da un’escursione documentata in un blog, io e i rifugiati di turno decidiamo di raggiungere il bivacco buse delle Dodese, piccolo edificio di curata fattura ai confini tra Veneto e Trentino.
Agli immancabili Luca, Claudio, Cristian ed io questa volta si è aggiunto Marco, assente giustificato nell’ultima escursione al Salvedela.


La partenza è da “piazzale delle saline” come letto sul blog, più che un piazzale un’ampia  curva su una strada sassosa e stretta.
Optiamo per un menù più leggero e pratico rispetto al solito, viste le 3 ore e mezza previste per coprire il tragitto verso il Dodese.
La voglia di aggiungere una caciotta di pecorino alla cena ci ha fatto fermare ad una malga facendo slittare di un po’ la partenza. Dopo aver parcheggiato il furgone, compiuta la solita preparazione e distribuzione dei pesi, partiamo per la rifugiata alle 17 passate.
Il percorso fino a “piazzale Lozze” è abbastanza pianeggiante e spedito  ciò nonostante riusciamo ad essere in ritardo ad ogni pitstop previsto, il numero di marmotte avvistate è notevole.

Dopo il piazzale il sentiero che prendiamo(n.840) per l’obbligato passaggio dal monte Ortigara inizia ad inasprirsi e ad essere molto più ripido, lo scenario  è suggestivo, man mano che avanziamo ci addentriamo in un paesaggio  diverso, all’inizio era boscoso, ora più roccioso, sempre all’insegna del selvaggio, si ha l’impressione di essere lontani anni luce dal traffico quotidiano, dalle città, ed in realtà lo siamo.



Dopo aver  ricevuto dagli alpini presenti al poco più in alto rifugio Cecchin un sonoro no sulla eventualità  a passare lì la notte proseguiamo la nostra marcia, iniziamo a percepire nell’aria qualcosa difficile da spiegare, stavamo calpestando lo stesso suolo che 100 anni fa fu  calpestato da migliaia di poveri soldati, ed i segni iniziavano pian piano ad essere evidenti.
Alle 19 circa arriviamo al baito Ortigara, una casetta di pietre poco accogliente usata come ricovero chissà da quanti sventurati, le tabelle indicano due sentieri  per il monte Ortigara: uno diretto da 35 minuti ma in salita, l’ altro con aggiramento del monte da 45, dopo esserci rifocillati decidiamo di prendere il secondo.
Scelta azzeccata, non tanto dal punto di vista pratico(nella parte finale era sorprendentemente ripido)ma da quello  paesaggistico, durante l’ascesa  abbiamo visto oltre alle solite simpatiche marmotte due cervi, vedute mozzafiato delle valli sottostanti  ed una galleria scavata nella pura roccia con appostamenti militari da brividi.


  Fin qui tutto bello, paesaggi, panorami, reperti storici, a differenza delle precedenti rifugiate avevamo visto addirittura degli animali. L’unico neo  è l’ora, siamo sulla cima dell’ Ortigara ma sono già le 20, nonostante la conclamata esperienza alle notturne del “presidente”  non ero tranquillo, l’idea di camminare al buio nel bel mezzo del niente un po’ mi inquietava, soprattutto non sapendo dove e quanto distanti fossimo dal Dodese.
Infatti di tabelle per il bivacco fino ad ora nessuna(in realtà non ne troveremo mai)il rifugio Campilussi era ad un’ora e mezza, poi altre indicazioni verso punti a me ignoti.
Vista la titubanza ed eccessiva lentezza nel proseguire da parte di tutti decido di dare una smossa e prendo di gran lena un sentiero in discesa che mi sembrava  guardando la cartina andare nella direzione giusta, sperando di dare una scossa che ci facesse arrivare al bivacco ad una ora decente.
La scelta si è rivelata mezz’ora più tardi precipitosa ed errata, infatti secondo Luca non dovevamo lasciare l’altavia e rivedendo con calma le carte in nostro possesso aveva  ragione. Incassato lo giusto sfogo del”pacifico” per la mia scelta avventata, ci mettiamo a risalire la montagna  senza percorrere la precedente discesa, ma cercando seguendo  l’intuito di ricollegarci al sentiero per proseguire sull’altavia.


                                                               Il monte ortigara
La scelta per quanto improvvisata ci ha detto bene, dopo 10 minuti abbiamo già trovato l’indicazione che cercavamo, neanche a dirlo questa deviazione ci aveva fatto perdere ulteriormente del tempo, oramai il sole stava scendendo ed i colori del tramonto arrivavano accompagnati da una fresca brezza.
Da lì i primi cenni di cedimento: fisici da parte del “presidente” , materiali da parte del “pacifico”, il suo sandalo già rattoppato durante l’ultima escursione  lo aveva questa volta abbandonato definitivamente obbligandolo a  proseguire praticamente scalzo.
Il sole stava passando la mano alla luna con tutta la sua pienezza e del rifugio ancora nessuna traccia, finche non vediamo in lontananza ma ben visibile un rigagnolo di fumo.
“Il Dodese!!” Sarà anche già occupato ma almeno ci siamo! Accelerando il passo iniziamo a fare due conti, la struttura ha 6 posti letto, noi siamo in 5, anche se sono in due dovremo stringerci,  magari sono una compagnia  numerosa come la nostra, speriamo di no!
Ad un certo punto il fumo non si vede più e neanche il sentiero, anzi si restringe ed inizia a salire verticalmente nella direzione opposta da dove più a valle avevamo visto il fumo, io e Luca andiamo in sopralluogo e proviamo con le oramai necessarie pile a seguirlo ma l’oscurità assieme ad una leggera foschia  sembrava  averlo inghiottito, arrivati sul crinale il sentiero sembra scendere per il versante opposto al nostro sparendo nello strato  di nuvole sottostanti.


“Allora cosa facciamo?” Decidiamo di fare l’ultima cosa che si dovrebbe fare in montagna(soprattutto col buio)lasciare il sentiero e scendere per una via leggermente segnata sperando  di ritrovare il fumo amico
Errore numero due.
Dopo varie decine di metri arriviamo ad un boschetto e  lo pseudo sentiero svanisce, lasciando spazio al nostro intuito  per uscire dalla steppa  e provare a raggiungere almeno una stradina sterrata che avevamo notato sotto di noi prima di lasciare il sentiero stesso, tanto oramai secondo i nostri calcoli eravamo scesi troppo, ben al di sotto del bivacco.
Nel giro di qualche minuto finalmente arrivano due segnali positivi, primo: raggiungiamo la stradina, secondo: in lontananza sentiamo un belato,” se non sarà il rifugio almeno una malga abitata dove trovare alloggio”, pensiamo.
Dopo un bel camminare niente, la luna piena illuminava i nostri passi ma non alimentava più il nostro ottimismo, il numero di belati si era fermato ad uno, quello sentito all’inizio, circa 40 minuti prima.
Arriviamo ad una tabella, a sinistra “piazzale delle Saline”a 2 ore e 30 e “malga Pozze” ad 1 e 30, dritto proseguendo per la stradina  che qualche metro più in là spariva in discesa si andava in un posto mai sentito prima. Mentre gli altri discutevano sul da farsi  decido di vedere cosa c’era oltre il dosso.
La visione davanti a me era demoralizzante e grottesca: un gregge senza malga, con i pastori adagiati in un furgone, e a destra i resti di un fuoco, quello che aveva generato nelle nostre menti  il fumo del bivacco. Li le nostre speranze di raggiungere il Dodese erano oramai belle che sepolte.
Al mio ritorno mi trovo d’accordo con la decisione presa dal gruppo di provare a vedere se malga Pozze è abitata ed ospitale o se così non fosse stato raggiungere “piazzale delle Saline” chissà a che ora, buttar su una pasta, alzare il tetto a soffietto e dormire abbracciati dalla rabbia-delusione per  aver buttato all’aria una rifugiata che ormai era impacchettata, perché secondo i nostri calcoli eravamo veramente vicini al bivacco.
Alle 22 e 15 stavamo ancora camminando per raggiungere malga Pozze, sfruttando le ultime energie rimaste e la luce offertaci dalla luna piena  che aveva ormai reso superfluo l’utilizzo delle pile, questa volta la rifugiata era stata azzardata, partenza eccessivamente ritardata, decisioni scriteriate, ed anche un pizzico di sfortuna.
Dopo ben oltre l’ora e trenta segnalata troviamo una tabella:”piazzale delle Saline”1 ora e 45 a sinistra e “malga Pozze” 5 minuti  diritto, anche se un po’ scettici proviamo a vedere se c’è qualcuno alla malga e soprattutto(vista l’ora)se sono ancora svegli.
Avvicinandoci  vediamo chiaramente il riflesso del  manto e sentiamo il belare strepitante di innumerevoli  pecore, da una finestra si vede un lumino  all’interno della malga, la speranza aumentava.
Una volta vicini all’ingresso in rapida successione si avvicinavano quattro grossi cani neri abbaianti ed usciva un ragazzo, senza darci il tempo di capire se i migliori amici dell’uomo avessero cattive intenzioni perché subito richiamati.

                                                  Durante la notte la famiglia si è allargata  
“Ciao…scusa l’intrusione ma ci siamo persi, volevamo sapere se puoi ospitarci per questa notte!”
Dopo una risata a denti stretti e qualche parola farfugliata in mezzo veneto-italiano rientra per poi uscire assieme al presunto padrone, un breve attimo di studio  qualche domanda e ci fanno entrare dandoci ospitalità in una bella stanza tutta per noi, lasciandoci prima però piena disponibilità della cucina per farci la pasta ed il caffè.


Tra una fetta di soppressa, pecorino, vino portati da noi ed una grappa pesante fatta in casa offerta da loro ci lasciamo trasportare dai racconti di Fabio ed i suoi due collaboratori romeni, sulla vita da pastore, tra le difficoltà giornaliere e le soddisfazioni che questo lavoro può dare.
  Ci rendiamo conto di quanto siamo stati fortunati ancor di più quando veniamo a sapere che erano arrivati solo qualche giorno prima, e che sarebbero rimasti solo un paio di settimane.
Un'altra notizia a dir poco allucinante era che il fuoco acceso dai pastori visto qualche ora prima serviva  per tenere lontano l’orso denominato M4, che da parecchi giorni circolava nella zona uccidendo molte mucche e vitelli.


Verso l’una e trenta dopo l’ultimo saluto alle stelle ci mettiamo a dormire, tra una sgommata e l’altra nei materassini ad aria ed il gran russare proveniente dalla camera pastorale finalmente ci addormentiamo, ripensando alle molte emozioni vissute durante la giornata.
La mattina, dopo aver fatto colazione, salutato e ringraziato(non finiremo mai di farlo)i nostri nuovi amici ci mettiamo in marcia verso il furgone.





Tempo un paio d’ore su una bella strada bianca e siamo già a”piazzale delle Saline”.
Decidiamo di concludere la rifugiata con il solito pranzo, ma una volta arrivati alla malga Stadler ci dobbiamo accontentare di quello avanzato la sera prima, li non fanno piatti caldi.
Dopo il pranzo ci aspettava la visita alla “città di roccia” con le sue bellissime pareti rocciose e le trincee della grande guerra.


Gran coronamento ad un fine settimana memorabile, ancora grazie Fabio.
Arrivederci rifugiati…